pensieri

Back to Life

( si legge con questa canzone qui: )

      giovanni-allevi-back-to-life

Vent’anni.

Ricordo l’ aria fredda e pungente della Cracovia del 2000. Avevo giusto un gubbino di pelle nera molto sottile. Poi quel maglioncino che mia madre mi ordinò di mettere quando da un giorno all’ altro le dissi: io domani parto.

Ero molto sensibile alle atmosfere sconosciute. Non che non lo sia ancora, ma riuscivo a raccogliere meglio ogni spunto positivo gettato per strada da qualcun’ altro. Gli anni passano ed il bagaglio di rimorsi ed errori ti si avvolge addosso. Fa da scudo; forse da freno. Questa è poi la grossa differenza che ritrovo fra un ragazzo ed un uomo.

Mi ero appena tatuato un drago, che partiva dal bacino per strisciare fino all’ inguine. Quando mi ritrovai al Wawel la ferita sanguinava ancora. Sia quella del tattoo che del motivo per cui lo feci. Pagai 50 grosce per scendere quelle interminabili scale a chiocciola che sfogano nella grotta del Drago. Ero del tutto all’ oscuro che fosse il simbolo della città, e le mie manie romantiche miste al fascino per l’ esoterismo mi rapirono. Ricordo che quel giorno li camminai per ore sotto la neve, per il quartiere ebraico, per la piazza del mercato, fino alla periferia più estrema della città: Nowa Huta. Un agglomerato di blocchi sovietici che ti accoglievano immensi per presentarti l’ orrendo mostro dell’ acciaieria voluto dai russi per piegare il fascino della città polacca. Gli andò male.

Dopo sedici anni mi ritrovo a fare lo stesso percorso e sorridendo mi rendo conto di essere nel medesimo stato d’animo. Incredibile come alcuni pensieri, fatti ad alta voce quel quasi ventennio fa mi tornino in mente, identici. Sono solito farmi domande e rispondermi ad alta voce quando cammino. Non credo di essere l’ unico.

Ora però notavo quanto pesa il sacco pieno di risposte che ai tempi non avevo.

Quanto dura questo momento in cui vuoi soffrire ?

Questi momenti in cui potresti tranquillamente voltare avanti e scoprire l’ immensità di ciò che non hai e che è ampliamente a portata di mano. Ma tu no. Tu vuoi stare lì e goderti il tuo momento di sofferenza. Ora chi non si obbliga a non aver rimpianti ? Chi non piange dietro a rimorsi per errori fatti banalmente nel passato ?

Sopratutto chi non si convince che lo spettacolo della vita, nel bene o nel male, tradisce sempre le sue attese ?

Schopenhauer mi spiegava: soffrire e soffrire per la mancanza di qualcosa, sono la stessa cosa.

Il dolore è congenito alla volontà. Per questo parlava della tragedia della vita. In essa è congenita la necessità di volere. Volere una stabilità, volere un amore perfetto, volere un lavoro e una casa.

Volere dei segreti.

Il solo fatto di volere ti porta una volta raggiunto l’ obiettivo a disilluderti. “Il raggiungere qualcosa di desiderato coincide con l’accorgersi che esso non valeva la pena di tanto sforzo: il valore prospettato è sempre infinitamente maggiore di quello effettivo.”

Minchia se era pessimista, oltretutto egocentrico: “Io coincido con le mie gioie e sono insensibile ai sentimenti altrui.”

Pessimista ed egocentrico era. Ma fottutamente nella ragione.

Ai tempi ricordo stessi aspettando che il mio amico Wojtek tornasse a casa e mi fermai a mangiare in uno dei numerosi bar mleczny. Un posto che allora era ancora una vecchia istituzione: una mensa per poveri. Cucina polacca, con donnine polacche che facevano le zuppe e i piatti tipici per pochi zloti. Attualmente non è altro che una catena di ristoranti per lo più dedicata agli studenti, dove si mangia ancora a cifre modestissime.

Mi soffermavo sui guanti sgualciti di alcuni ospiti. La stoffa sporca e logora raccontava molto di più di quanto volessi sapere. C’erano tutti i desideri base lì: un pasto caldo, un posto caldo, un sorriso strappato. Sì, li sì c’era sofferenza soffocata da dignità. Quest’ ultima che io ancora sto cercando  e, che una volta raggiunta, vorrei non mi deludesse.

Circa vent’anni dopo , ho affittato questa casetta silenziosa e calda vicino al centro, nella Dluga, legno ovunque – come piace a me. Fuori nevica, ho ammucchiato vicino al letto tutti i libri che sto leggendo. Mi siedo ogni tanto davanti al pianoforte e provo imbarazzato a toccare qualche tasto e replicare il motivo centrale di Back to Life di Allevi. Per mesi difatti mi sono sentito in coma. La dignità persa o forse rubata non lo so. Sono sbadato dalla nascita. Ad ogni legato ben riuscito sorrido pensando a quanto ogni nota, come ogni esperienza, ha la possibilità di essere seguita da un suono congeniale, da un comportamento, che crei un sentimento che ti obblighi a voler andare avanti. Che ti obblighi a tornare a vivere. senza farne una tragedia – che ti faccia tornare a sorridere.

Ecco su questo Schopenhauer si sbagliava. Se desideri tornare a sorridere, una volta raggiunto l’ obiettivo, non ne puoi rimanere deluso.

Perché stai sorridendo.

Il video o la canzone  per sprofondarsi sono quest1 – come sempre.

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Ho chiuso la porta della cucinotta che da verso camera da letto. Gli ospiti venuti da lontano dormono già e io ho deciso di vagare con la mente, contorto nello scomodo di un divano che lotta per raggiungere manco i tre quarti della mia altezza.

In questa serata di rum e bicchieri di vino, in cui ti racconti il passato e il futuro con amici che non vedi da tempo, cadi spesso nel gioco – non banale –  di ripetere a tonfi cadenzati i tuoi progetti: non tanto per rendere partecipe chi ti ascolta ma per convincerti. Convincerti che stai per fare la cosa giusta.

Voglio scomparire. Questo è quanto, per un po’.

Ti accorgi che vuoi defilarti quando sai di aver esagerato. Quando provi l’esaltante sconforto di aver capito un tuo difetto. Senza farne una tragedia la realtà è che quando vuoi scomparire, come nel mio caso, non è per un “alternativo” odio per le apparenze ma esattamente il rovescio: è il sintomo di un amore profondo per il mondo. Leggevo qualche giorno fa un libro legato alla bellezza dell’ essere discreti:

E’ una questione di prospettiva: finché rimanete vicini a voi stessi, così come vicino ai bisogni degli altri, e nel tentativo costante di anticiparne gli sguardi e le aspettative, non sapete più vederli né ascoltarli. Viceversa quando non c’è più né se né altro, la prospettiva si allarga è il mondo appare meravigliosamente molteplice, decentrato, lontano, percorso da mille linee di fuga che corrono verso l’ infinito

Certo mi faccio ridere e, credo che ognuno di noi abbia avuto questa sensazione una volta nella vita. Sai che dici una cosa ma spesso e volentieri ti comporti e agisci all’ opposto. I social, in questi ultimi anni, per me sono stati un collante fra me e chi amo, sempre in viaggio, sempre lontano. Con il cuore in mano per avvicinarmi ma con il cuore in mano pompi poco nel corpo – e vai lento. E perdi cose – spesso persone.

Poi guardi indietro, scorri con il mouse la tua bacheca azzurra e bianca e vedi quante cose potevi, amorevolmente evitare. Quanti gran cazzi tuoi hai reso pubblici per la disarmante voglia di dire Appaio dunque Sono. Forse per chiedere semplicemente un accenno di approvazione o un velato: aiuto tu che ne pensi?

 

In un diario molto più importante di questo, Kafka scriveva ” Nella lotta fra te e il mondo, vedi di secondare il mondo”. Che nel mio gergo da zarro di periferia, l’equazione letteraria si potrebbe svolgere in un più semplice: abbassa la cresta, i tuoi problemi vedi che sono ridicoli e prendi quello che il mondo ti da e assecondalo.

Smetti di esistere a forza. Stattene in silenzio e vivitela, come quando la notte guardi di nascosto per ore la persona che ami dormire. Lei non lo sa ed è stupenda come non mai perché non sta dimostrando nulla a nessuno ed è lei nella sua unicità e tu idem, solo con te stesso. Fottutamente discreto. Quante volte lo avete fatto ? Io ogni volta che potevo.

Metti il privato in un cassetto privato, chiuso a chiave. Questo dovrebbe essere il mio obiettivo da domani quando si riapre gli occhi. Non sarà il villaggio africano in cui andrò, non saranno le ferite e non sarà la voglia di ricominciare.

Giusto la voglia nascosta che abbiamo di starcene discretamente in silenzio.

The shallower it grows
The shallower it grows
The fainter we go
Into the fade out line
The shallower it grows
The shallower it grows
The fainter we go
Into deeper down

 

 

      csi fuochi nella notte

<< Hai mai provato a chiedere ad un cieco di che colore è adesso il cielo ? >>.

Risulta buffo a volte le persone si ostinano a cercare chiarimenti. Chiarimenti continui. Quando poi non c’è un cazzo da chiarire.

Sopratutto quando ti senti immeritevole di qualche azione subita, di qualche sofferenza. Allora entri in un vortice assetato di verità . Spesso, poi,  la vai a ricercare proprio da chi non sa cosa dirti. Da chi seduto sul ciglio della strada è più confuso di te stringendo sabbia nel pugno. Cade a rivoli dalle dita. E più stringe più ne perde.

<< Che poi sapere di che colore è il cielo adesso, cosa ti cambia? Mettiamo sia verde, quindi ?>>

Che ti devo dire: hai ragione. In fondo questo è. Del perchè possiamo anche farne a meno.

Adesso del fare a meno del perchè delle cose, forse a quattro anni, feci giuramento che non sarebbe stato mai possibile da parte mia. Forse accadde alla prima spiegazione di mio padre del primo Perchè. Così tenero è lo sguardo di un bambino alla prima spiegazione. Ti guarda, riflette e poi soddisfatto riprende a fare tutt’altro. Ecco ora,  trentunanni dopo, devo  decidermi a sciogliere sta promessa, non chiedere perchè e riprendere a fare tutt’altro.

Parlano piano al sole le ombre stanche di rumorose rabbie e infinite
menzogne

Ormai i quattro anni sono lontani come la speranza in chi è stato pugnalato, ma tornano testi di musiche divorate nel bus ogni mattina, quando crescevi e non te ne accorgevi. Preparavi il terreno al giorno in cui i migliori amici, i genitori invecchiati, parenti lontani e occasionali sconosciuti  ti avrebbero detto: è così – basta.

Pesa la strofa come un rimpianto: convinciti che l’accettazione di alcune dinamiche è in grado di pacificare il cuore, di quietare pensieri e mani. Questa sera lei, la strofa, mi ha colto alle spalle quando meno me lo aspettavo.

 

Quando più ti serve. Quando meno te lo aspetti. Quando meno vorresti un consiglio allora arriva una canzone.

fidati è sempre così

 

 

 

 

 

 

 

 

Ora la musica per le cose che scrivo hanno un player anche per i cellulari. Non si può leggere senza musica.

      I giorni migliori

 

E’ capitato a tutti di guardarsi la punta delle scarpe mentre si cammina senza meta.

In questi lunghe passeggiate londinesi mi ero ripromesso di non guardare avanti ma di fissare i miei passi uno a uno. Concentrandomi su ogni singola goccia di pioggia che toccava il verde scuro delle scarpe, modificandolo. Delegando la rotta a uno dei mille sensi che lo stato di profonda coscienza in cui sono caduto ha partorito. Talmente tanti che il sesto rimane così distante e volano in alto i pensieri che riesco a vedermi piccolo. Come sono nella realtà.

Mi sono ritrovato a soffermarmi sulla pioggia che cadeva sul fiume, rompendo la promessa. In questo paese del cazzo non è neanche propriamente pioggia, la chiamano drizzle. Fine e veloce. Ricorda più la seta che l’acqua.

Eppure nella sua piccolezza, in questo quadro che non risulta interessante fino a qui mi è tornato in mente un passo di una canzone dei Tiromancino:

“Sono le sfumature a dare vita ai colori e a farci tornare in mente le cose più pure dei giorni migliori”.

Sto camminando senza meta perché ieri ho dovuto affrontare di faccia l’ incomprensione. Un mostro che prende le cose più pure dei giorni migliori e le distorce in qualcosa di insopportabile, odioso.  Alla tua vista tutte le sfumature di colore diventano semplice macchie di sporco. E già, la camminata parlava chiaro: l’ incomprensione fra due persone è un virus, che ti mangia da dentro e si espande come un cancro se non la combatti subito. Ma non solo. Avevo parlato tanto per scioglierle, mi piace spiegare per ore. Mi piace essere razionale.  In fondo, però, ho capito di essere stato stupido. Non me ne darò mai pace. Le incomprensioni più profonde, quelle che hanno la pelle logora dalla vecchiaia non necessitano di spiegazioni, di chiarimenti. No. Proprio per nulla.

Serve il tempo. Serve Il silenzio.

Serve camminare a lungo, guardare le scarpe che si bagnano e non chiedersi se si è stanchi.

E robo, cosa succede dopo che ci si è capiti?

Serve ritrovare l’ interesse per le piccole cose che sono alla base di tutte le promesse del futuro che cresce.

 

 

 

 

(as usual canzone per il questo pezzo)

      Lamb Please

Credo a tutti sia capitato di guardarsi negli occhi davanti allo specchio in un momento di solitudine.

Ecco a me tre volte. Tre. Non una in meno, non una di più.
Ed ognuna la ricordo come fosse una foto dai contrasti e tonalità eccellenti. Da conservare.

Sicilia.
Sedici anni
, eravamo tornati dalla spiaggia il giorno di San Lorenzo. Si era soliti fare falò e montare le tende e tirare fino a tarda mattinata ubriachi, sdraiati sulla spiaggia.
Quel giorno, mentre facevo girare un cilum bello farcito di marocchino 00 che si trovava solo al nord, feci la domanda sbagliata al momento propizio.
<< Senti ma Ale , ti conosco da 15anni e ti chiamo sempre con il soprannome (che salto per vari motivi) ma non ho mai capito come ti chiami di cognome… >>
In quel momento scese un velo denso di omertà e buio di intenti che schiacciarono persino lo scoppiettare del fuoco. Ricordo Ciccio, il gigante della compagnia: centoquaranta chili per un metro e ottantacinque di carne che con fatica muoveva il collo e la testa in un moto di oscillazione che più di un no mi sapeva di “fatti i cazzi tuoi” e così tutti gli altri ma con gesti più aggraziati.

Ale si girò ridendo, completamente sballato dal thc occhi rossi e sorriso spettacolare e, con la nonchalance di una nigeriana di via ala di Stura a Torino all’offerta di venti euro bocca culo, sorrise e disse: << Santapaola >>.

Io preso dal sorriso completamente poco avvezzo ad altri che mi dicano cosa fare o dire, li misi la mano sulla spalla e dissi “minchia come Nitto!” lui si girò e mi sputò in faccia << arà se, ma cugino, minchia u cunuscisti puri ‘na vota… >>.

Il 26 settembre di quell’ anno, un mese e undici giorni da quel falò suo cugino fu condannato in primo grado per la strage di Capaci. Avevo sedicianni e tornai a casa.

Mi guardai allo specchio. Nel corridoio di via Puglia a Pozzallo. Grande, pulito e splendente. Il corridoio non era più largo di 70cm. Quindi appoggiato schiena al muro mi sembrava di toccare con il naso i miei occhi.
Non mi ricordavo quando e come, sarà stato qualche anno prima o forse quando eravamo piccoli. Alla fine ci conoscevamo da quando ancora facevamo la pipì al mare senza vergogna.
Detto questo probabilmente mi presi un gelato o forse me lo feci offrire da una persona che immergeva i suoi simili nel cemento e poi ordinava una pizza napoletana con doppie acciughe.

Ebbi involontariamente il primo contatto con la maschera.
Quella che ogni uomo tiene in tasca e si mette spesso per coprire il se stesso che odia.
Intanto mi guardavo allo specchio e facevo roteare domande fra i miei occhi e la sua superficie.


Piemonte.
Ventisette anni.

Avevo definitivamente perso il mio primo amore. Otto anni di convivenza. Quattro case, zuppe di cipolla a pranzo e cena e sopra a tutto, sotterfugi e tradimenti.
La causa di tutto furono obiettivi in comune non raggiungibili da entrambi ma sopratutto la mia impossibilità di raggiungerli. Mi buttai in uno sconforto profondo quanto un burrone, sommerso dai suoni dell’ album Nerò a metà di Pino Daniele – me lo regalo Gigio dei COV – dicendomi questo ti spiegherà molto – ancora oggi non riesco più ad ascoltare senza mordermi le labbra, la prima nota di “Quannu chiove”. Centinaia di ore passate a guardarmi allo specchio.
Quello enorme in camera dei miei. A fine primavera partirono per la Sicilia e quell’estate in quei momenti ero fottutamente solo, perso in quella casa da centoventi metri quadri che puzzava solo del sudore di mio padre, versato per comprare ogni minima cosa che mi circondava e, dal ricordo amaro dello sguardo di mia madre quando mi porse la sua spalla per piangere a testa bassa prima di partire.
Ricordo che i miei amici della band fecero i turni per stare a casa mia ed evitare che stessi da solo. Un gesto d’amore che però scaturì in me solo la speranza quotidiana che si chiudessero dietro la porta lasciandomi correre davanti allo specchio a guardarmi.
Quante promesse feci a me stesso davanti a quello specchio, cercando di ascoltare le mie menzogne più profonde, le promesse intime che mi feci e che non riuscì a mantenere e che mandarono tutto in fumo.
Di quel fumo sento la puzza ancora ora. L’onestà con me stesso era persa ma una volta che la ripresi me la sarei tatuata nell’ anima.

Berlino.
Qualche mese fa.

La nostra grossa casa di Kreuzberg ormai era andata. Io nella foga di racimolare soldi per raggiungere Londra mi sballottavo qui e là, prima in casa di amici, poi affittando stanze per pochi mesi fra Barcellona Sants e Berlin Neukolln.
La mia idea imprenditoriale per cui stavo lottando da ormai due anni stava dando i suoi frutti e sentivo che a breve nel giro di qualche anno sarei riuscito a mettere la firma nel quadro che avevo dipinto nella mia mente.
Tuttavia mi sentivo soffocato dall’ idea di non riuscire a correre abbastanza velocemente e di arrivare tardi ad un altro appuntamento, per me in realtà molto più importante, quello del ricongiungimento con chi sentivo chiedere a bassa voce di me.
La casa di Graeferstrasse era la classica wege berlinese: vegani, artisti grafici e un cesso minuscolo all’ entrata.
Con uno specchio. Piccolissimo. Sporco. A meno di 70cm dal muro.
Eccomi di nuovo lì, spalle al muro con gli occhi fissi riflessi.
Ai tempi stavo leggendo un libro di Dostoevskij, I fratelli Karamazov. A quel pazzo di Matthiù, l’unico francese in grado di far breccia nei miei discorsi filosofici in grado di ascoltarmi, seguirmi e rilassarsi, piaceva così tanto Fedor che me lo lessi anche io.

In quel caso l’incontro con lo specchio fu molto più maturo. Sapevo di essere onesto con me stesso ma non sapevo cosa mi aspettasse oltre la manica. Guardavo fisso lo specchio intriso di speranze che si portavano dietro la paura di ritrovarmi al capitolo del vecchio buffone e dover ammonire altri occhi che avrei finalmente incrociato come fece lo stàrek :


[…] L’ importante è che non mentiate a voi stesso. Chi mente a se stesso e ascolta la propria menzogna arriva al punto di non saper più distinguere la verità, nè in sè, nè intorno a sè, e cominca a perdere la stima di sè e degli altri. Non rispettando più nessuno, cessa di amare, e così, privo di amore, per trovare qualcosa che lo tenga occupato e distratto, si abbandona alle passioni e ai piacere grossolani, e si spinge nei suoi vizi fino alla bestialità, e tutto per le continue menzogne che racconta agli altri e a se stesso.
Chi mente a se stesso è anche il più suscettibile alle offese

Continuavo a fissare i miei occhi allo specchio ed, a mesi di distanza, ora che sono a Londra in questo stanzino da 9 metri quadri con tutto capovolto – mi rendo conto di averli lasciati fermi là.

( la canzone per leggere questo mi pare questa qui) 

      Sufjan Stevens - Death with Dignity

Da piccolo ho sempre sognato di essere simile a lui.

Stava seduto in piazza con il suo cane. Non ho mai capito perché non stesse in centro ma bensì in una periferia desolata.

Aveva le sue coperte, uno zaino enorme di quelli da 102 litri per la montagna e, un sacco di buste piene di fogli e libri.

Stava sdraiato lì. Sulla panchina di legno vicino al torello ( le fontane torinesi ). Sporco, con i capelli ormai morti e una giacca militare di quelle che trovavi al Gran Baloon per poche decina di mila lire.

Le vecchiette e tutta la gente perbene ad ogni sguardo lo scrutavano con compassione ed una spruzzata di disprezzo.

Lui sorrideva  sempre ed alzava quella mano coperta da un guanto di lana ritagliato malamente per lasciare le dita scoperte. Le muoveva su è giù le ditina creando un saluto che aveva più il gusto della presa per il culo che altro.

Li salutava tutti e sogghignava ma senza cattiveria.

Avevo sedici anni e un giorno mi disse <<come va ragazzo ?>>

Mi fermai e mi sedetti nella panchina vicino a lui.

<<che bel cane! dorme? >>

Fu la prima cosa istintiva che dissi

<< ma cosa ha sotto la pancia?>> continuai, ero un ragazzino e parlavo troppo, chiedevo sempre e dondolavo come un autistico quando ascoltavo. Lo faccio ancora oggi. <<Ah,  rocky uffa>>, lo spostò con un gesto d’amore che non ricordo ancora di aver rivisto in vent’anni e tirò fuori un libro minuscolo di non troppe pagine.

“L’ essere e il nulla” –  di Jean-Paul Sartre. Era tutto sgualcito e sporco. Sembrava più un giornalino ormai che un libro a copertina rigida.

<<ma i libri li tieni così? >>.

Lui mi guardò sorridendo e sputo per terra. Prima però si impegno in un lavoro di ricerca interno per espellere tutto, con un suono forte che ricordo ancora ora.

<<Vedi che non è importante dove li tieni i libri, tanto alla fine finiscono tutti nello stesso posto>>, intanto batteva l’indice semiscoperto, ripetutamente, sulla fronte sporca. Me lo ricordo come fosse ora a causa di quelle unghie cosi storte e sporche che non capivo come facesse a non soffrire.

<<Che dice?>>gli chiesi

<<Dice che la gente che mi guarda e pensa che io sono solo un povero barbone non l’ha letto>>. E sputò – di nuovo.

<<E tu ne sei sicuro>>, sorrisi

<< Vedi a me i francesi di base mi stanno sul cazzo >> ribattè << ma questo qui.. questo qui sapeva cosa fosse la dignità. Sai per lui avere il senso della propria dignità significa dare importanza a se stessi per quel che si è ed una volta che lo fai intravedi la ricchezza che c’è anche negli sguardi degli altri: dalla vecchia riccona del sedici ( il palazzo alle nostre spalle in piazza sauro ) a Raschillà >> ricordo era un ragazzo magrissimo e peloso,  poco carismatico, che giocava spesso  a  pallone con noi nei giardini.

Continuò: << Chi ha dignità di se non schifa la sua condizione, guardami… e non è nè geloso nè odia quella degli altri ma anzi ci cerca del buono, dell’ utile. Io mi arricchisco guardandoli. Qui in mezzo non sono io il più povero>>.

Ammetto che ci rimasi un attimino di merda  ma, mi convinse. Ancor prima che le sue parole finissero di ronzarmi intorno.

In quel momento mi sembrò l’uomo più ricco del mondo. Lui non doveva niente a nessuno, era solo ma non faceva pena. Mi guardai intorno e mi soffermai su molti passanti. Sistemati, puliti, possibilmente affermati e conosciuti nel quartiere: e si, nei loro occhi c’era molta più solitudine e pena di Alessandro. Alessandro il barbone della piazza. Quello che teneva Sartre al caldo e lo faceva dormire vicino al suo cane. L’ uomo che volontariamente cambio il mio modo di vedere tutto. Fino a oggi.

Non so quante volte abbia detto ai miei migliori amici che mal che vada io sarò sempre felice, al massimo divento un barbone, e ridevo. E loro sbuffavano.

Avessi detto “al massimo divento come Alessandro, avreste dovuto conoscerlo” forse avrei attirato più attenzione e meno risate sarcastiche.

Oggi per passione mentre ero sull’ 8 che da St Paul’s porta ad Hackeny passando da Shoreditch e  Brick Lane mi è tornato in mente come una canzone la mattina. Dalla fottuta massa di ricchi in cravatta, agli hipster e artististoidi del cazzo degli studi di grafica di Londra fino agli inglesi delle popolari vicino a Roman road  per arrivare agli alessandri che se ne stanno sdraiati al Victoria Park vicino a casa godendosi il Regent canal.

Ho ripreso un libro che ne studia i percorsi del pensiero di quel Francese. Si intitola Donarsi di Luciano Settimio lo avevo scaricato a muzzo tempo addietro.

Ho cercato subito qualcosa relativo al momento che sto vivendo e che mi sta corrodendo l’anima come un cancro: “voler amare una donna senza remore  anche se senza ombra di dubbio è diversa da me, con evidenti comportamenti che dovrebbero scaturire solo odio anziché passione. Senza sentirla mia ma lasciandola libera.”

Ed ecco qui che mi si spingono in faccia parole dallo schermo, schiacciandomi contro il finestrino del bus:

“ La presa di coscienza delle dinamiche di possesso indica che l’altra persona inizia a non essere più considerata come un oggetto da strumentalizzare assimilandolo all’ interno di un progetto personale sul mondo, ma comincia ad essere  percepito e considerato come a se stante e come mistero, differenza, ulteriorità: presenza inassimilabile a se stessi e quindi diversa da sé. differente.”

<<Ma mi ami anche se sono cosi? >> l’ ultima notte mi chiese.

La risposta era tutta li, sotto il pelo di un cane sporco di un barbone della periferia torinese morto 12anni fa. in silenzio.

pensieri

crescere

( la canzone da ascoltare per sto post è sopra, as usual )

      Quantic - Time Is The Enemy

Sembra quasi ieri quando mamma Enza mi veniva a prendere. Era una giornata infinita, passavo dal divertimento con nani che conoscevo giorno per giorno nei loro caratteri cosi diversi dal mio, tutti da assorbire per renderli parte di me fino all’ estasi di stare con la persona che più amavo, per poi divertirmi di nuovo e aspettare di finire sotto le coperte. Bastava non far arrabbiare mio padre e tutta la giornata sarebbe stata un sogno.

L’asilo si affacciava davanti alle case popolari. Palazzoni immensi, le Torri delle Vallette torinesi. Io le guardavo dal mio metro manco raggiunto e facevo mille viaggi. La fantasia non mi mancava. Non mi è mai mancata. Forse è stata la mia fortuna per i momenti più bui.

Ora a riguardare il percorso intrapreso sopra una collina alta trent’anni mi viene da sorridere. L’ incoerenza alloggia in ogni angolo di questo sottile cerchio di vita.

Volevo una cosa e ne facevo un’altra. E così è tuttora. A trentacinque di anni.

Volevo non creare casini per evitare le mani di mio padre e facevo casini. Volevo non eccellere a scuola e studiavo divorando libri di storia e fisica quando ne avevo dieci di anni. Volevo essere preciso alle medie ma passavo il tempo a picchiarmi alle popolari e all’ oratorio di Madonna di Campagna. Potevo per aspetto scoparmi mezzo liceo, ma non mi lavavo. Leggevo Canenero invece che Nietzsche tenendomi per settimane la stessa maglietta nera del El Paso occupato, con ciò che ne conseguiva.

Mi drogavo per piacere e all’ Uni preferivo il lavoro pesante dell’ autoporto pescarito –  per 800 mila lire al mese – che una lezione di Informatica di base. Mi avrebbe fatto poi solo pensare di stare in mezzo a idioti alla ricerca del 20 sul libretto.

Ora sei cresciuto?

Se devo stare a quel che penso io e non all’ etimologia latina del verbo direi di si. E se andiamo avanti di sto passo crescerò a velocità immane. Perchè?

Hai sofferto?

– Eccolo li. In Buddenbrook Thomas Mann scriveva: un uomo non educato dal dolore rimane sempre bambino.

Difatti se sei costantemente felice o perlomeno sereno non hai da affrontare un cazzo. E’ nel dolore, che in qualche modo devi superare – che ti devi imporre.

Chi scappa dai problemi e dalle dure situazioni non può che rimanere fermo e ripetersi nella non crescita. Questa cosa è triste quanto una rivoluzione: parti con buoni intenti ma sei sempre fottutamente al punto di partenza – spesso anche peggio. Di persone che pensavo mature, che pensavano di aver avuto problemi ed essere forti, ne ho conosciute troppe e spesso quando meno me lo aspettavo, dopo tanta ricerca – come i vini negli scaffali bassi dei supermercati. Costano poco, belle etichette ma una merda dal primo impatto sul palato al post sbornia –  na merda.

Volete crescere? Mettetevi nei casini.

Volete rimanere Puer aeternus. Guardatevi Peter Pan ma girate alla larga. L’ ho già visto.

 

 

 

( la canzone consigliata per la lettura di questo è 🙂

      C.o.v Canzone Allegra

Oggi dovevo fare un sacco di cose.

Mi sono ritrovato invece tuffato in un tavolo di un locale spartano in Roman Road in mezzo al mercato del giovedì di Hackney con due pillows enormi appena comprati  per dieci pound appoggiati  ai piedi del tavolo, un’ omelette sotto gli occhi, discutendo della vita con un vecchietto inglese mentre sorseggiava un americano annacquato.

Si vede che sei triste ragazzo. Ma non mi sembri il tipo.

Partiamo bene. Potevo semplicemente dirgli che l’ omelette faceva schifo e costando 5 pound e 90 e avendone 6 nel portafoglio mi sembrava un motivo valido per rattristarsi

-Difatti no, gli ultimi eventi della mia vita sono un po’ tristi. Ho viaggiato tanto e quando finalmente dovevo fermarmi sono state le cose intorno a me a partire per un altro luogo. Senza motivi apparentemente razionali. Più per beffa, forse per punizione.

beh viaggiare è bello. ini’t ?

Sti cazzi ho sorriso. Si viaggiare è bello, mi piace guardare dentro le finestre delle case degli altri e pensare a quante emozioni si avvolgono e si scontrano dentro e mi faccio i film.

Non credo abbia capito lo slang mi faccio i film, l’ho tradotto letteralmente, il mio inglese è scarso per discorsi complessi. Perlomeno non mi ha messo il mi piace toccando il piatto dell’ omelette pur non avendo capito nulla!

E adesso dove vai?

Rimango qui ho preso casa, studio poi cercherò di fare quello che avevo pianificato.

Quello che hai pianificato o quello che vuoi?

Sbam! Silenzio come direbbe una persona a me cara: densissimo.

Beh quello che realmente volevo non coincide con quello che ho o almeno non del tutto. Credo comunque che quando una persona realmente vuole una cosa anche se non la raggiunge non deve abbattersi al massimo lottare per averla. Ma sono stanchino vorrei riposare e lasciarmi andare. Sì avevo le lacrime – si.. suca mbeh?

Da buon inglese ha lanciato un bel ” c’mon! ” ha appoggiato la tazza vuota e mi ha guardato.

Oggi è cosi domani non lo sai. Chi scappa muore, chi si lascia andare muore. Solo chi muore per quel che vuole vive.

Me cojoni il vecchietto. Mi sono alzato. cheers. Ho comprato la frutta , arrivato a casa ho sistemato cose in frigo, ho preso il mio ultimo trinciato prima del punto a capo. Sono al pc e sto scrivendo e mo vado al parco a correre con il fresco.

Domani vado in guerra. Chi non viene con me stia sepolto.

      Mahùt - My dream in your drawer

Ero finito nel cassetto dell’ immondizia. Era tutto scuro. Lo ricordo come fosse oggi. Come scordare alla fine tale fantastica sensazione. Erano gli anni della periferia torinese quella dura, del prato di siringhe sotto casa dove andavamo a giocare a pallone dove un giorno si l’altro pure si finiva a scazzotate per la qualunque: mi hai guardato negli occhi, oggi tu non giochi perché io ho deciso cosi, siciliano del cazzo e via dicendo.

Ricordo che quelli più grandi che mi ci buttarono con forza dentro scapparono dalla paura che scendesse mio padre. Ma non per pestare loro… ma me, quella pantomima capitava quotidianamente per la strada, era un tipo irascibile e aveva anche i problemi suoi. L’ho sempre giustificato. Alla fine ero io che non ero riuscito a farmi rispettare e quindi sarebbe stato logico punire me.

Ora,  io proprio  quel cavolo di bidone da dentro non riuscivo ad aprirlo. Sentire poi le risate ovattate che arrivavano da fuori mi innervosivano e non riuscivo a intravedere una via d’uscita che non fosse la peggiore – che mi aiutasse mio padre.

Come da dna, per chi mi conosce, feci la classica cosa alla Robo. Mi sedetti nell’ immondizia e iniziai a prendere ciò che c’era di buono in quel momento. Giocai un po’, mi guardai il contenuto delle buste.. beh si una situazione di merda si, direi letteralmente di merda ma tuttavia interessante. C’era un odore putrido ma logica voleva che respirassi, mi tranquillizzassi e capissi come venirne fuori.

Quindi seduto gambe distese, si ero molto piccolo parliamo di 5,6 anni.. e ci stavo per lungo sul lato corto di quel bidone. Iniziai a rovistare. Per fortuna la gente beve un sacco di cocacola, le bottiglie grosse di plastica erano un must negli ’80. Ne trovai 3.. non ricordo come di preciso ma le piazzai nei lati dell’ imboccatura in modo tale che la leva non premesse più cosi tanto e riuscì a creare lo spazio utile per infilarci la testa e spuntare fuori come un funghetto. Difatti nei momenti più strani della vita è corretto fermarsi un attimo e riflettere. Anche se si sente un odore marcio ed è anche giusto sperare di venirne fuori da soli. Perchè se mi avessero aiutato questa storia già da pochi spiccioli non avrebbe avuto alcun valore. Invece 30anni dopo, in questo preciso momento, è l’unica cosa, l’ unico ricordo che mi sta spingendo nella direzione giusta. La situazione è la stessa, semplicemente ora la situazione è maturata sono finito io ed un mio sogno dentro un cassetto chiuso dall’ esterno che è difficile da aprire. Bisogna fermarsi, respirare e fare le cose giuste anche quando tutto intorno a te puzza di marcio.

 

è uscendo dallo sporco che si diventa uomini.

 

pensieri

Fratello servo

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Il sole scolorisce i manifesti ai muri,
il tempo che si porta frasi e uomini all’oblio
e il mare che si ingoia facce, danze e falsita’
e le risputa in una nuova identita’

Ricordare è importante.
la parola resistenza non dovrebbe essere legata solo al passato e neanche all’ idea di un azione forte ed estrema.

La resistenza si fa nei piccoli gesti quotidiani fratello servo. Quando tutto questo inutile dovere di dovere continua a sommergerti fino al punto di non vedere che altre vite vengono sommerse e forse la resistenza è li che dovresti festeggiarla o la dovresti festeggiare tutti i giorni in modo tale che le nostre necessità non siano motivo della loro fuga.

Zittu tu che ha 35anni non hai neanche la macchina.