pensieri

Quello che sei ora è lo sguardo di quando eri piccolo.

( la canzone per leggere questo mi pare questa qui) 

      Sufjan Stevens - Death with Dignity

Da piccolo ho sempre sognato di essere simile a lui.

Stava seduto in piazza con il suo cane. Non ho mai capito perché non stesse in centro ma bensì in una periferia desolata.

Aveva le sue coperte, uno zaino enorme di quelli da 102 litri per la montagna e, un sacco di buste piene di fogli e libri.

Stava sdraiato lì. Sulla panchina di legno vicino al torello ( le fontane torinesi ). Sporco, con i capelli ormai morti e una giacca militare di quelle che trovavi al Gran Baloon per poche decina di mila lire.

Le vecchiette e tutta la gente perbene ad ogni sguardo lo scrutavano con compassione ed una spruzzata di disprezzo.

Lui sorrideva  sempre ed alzava quella mano coperta da un guanto di lana ritagliato malamente per lasciare le dita scoperte. Le muoveva su è giù le ditina creando un saluto che aveva più il gusto della presa per il culo che altro.

Li salutava tutti e sogghignava ma senza cattiveria.

Avevo sedici anni e un giorno mi disse <<come va ragazzo ?>>

Mi fermai e mi sedetti nella panchina vicino a lui.

<<che bel cane! dorme? >>

Fu la prima cosa istintiva che dissi

<< ma cosa ha sotto la pancia?>> continuai, ero un ragazzino e parlavo troppo, chiedevo sempre e dondolavo come un autistico quando ascoltavo. Lo faccio ancora oggi. <<Ah,  rocky uffa>>, lo spostò con un gesto d’amore che non ricordo ancora di aver rivisto in vent’anni e tirò fuori un libro minuscolo di non troppe pagine.

“L’ essere e il nulla” –  di Jean-Paul Sartre. Era tutto sgualcito e sporco. Sembrava più un giornalino ormai che un libro a copertina rigida.

<<ma i libri li tieni così? >>.

Lui mi guardò sorridendo e sputo per terra. Prima però si impegno in un lavoro di ricerca interno per espellere tutto, con un suono forte che ricordo ancora ora.

<<Vedi che non è importante dove li tieni i libri, tanto alla fine finiscono tutti nello stesso posto>>, intanto batteva l’indice semiscoperto, ripetutamente, sulla fronte sporca. Me lo ricordo come fosse ora a causa di quelle unghie cosi storte e sporche che non capivo come facesse a non soffrire.

<<Che dice?>>gli chiesi

<<Dice che la gente che mi guarda e pensa che io sono solo un povero barbone non l’ha letto>>. E sputò – di nuovo.

<<E tu ne sei sicuro>>, sorrisi

<< Vedi a me i francesi di base mi stanno sul cazzo >> ribattè << ma questo qui.. questo qui sapeva cosa fosse la dignità. Sai per lui avere il senso della propria dignità significa dare importanza a se stessi per quel che si è ed una volta che lo fai intravedi la ricchezza che c’è anche negli sguardi degli altri: dalla vecchia riccona del sedici ( il palazzo alle nostre spalle in piazza sauro ) a Raschillà >> ricordo era un ragazzo magrissimo e peloso,  poco carismatico, che giocava spesso  a  pallone con noi nei giardini.

Continuò: << Chi ha dignità di se non schifa la sua condizione, guardami… e non è nè geloso nè odia quella degli altri ma anzi ci cerca del buono, dell’ utile. Io mi arricchisco guardandoli. Qui in mezzo non sono io il più povero>>.

Ammetto che ci rimasi un attimino di merda  ma, mi convinse. Ancor prima che le sue parole finissero di ronzarmi intorno.

In quel momento mi sembrò l’uomo più ricco del mondo. Lui non doveva niente a nessuno, era solo ma non faceva pena. Mi guardai intorno e mi soffermai su molti passanti. Sistemati, puliti, possibilmente affermati e conosciuti nel quartiere: e si, nei loro occhi c’era molta più solitudine e pena di Alessandro. Alessandro il barbone della piazza. Quello che teneva Sartre al caldo e lo faceva dormire vicino al suo cane. L’ uomo che volontariamente cambio il mio modo di vedere tutto. Fino a oggi.

Non so quante volte abbia detto ai miei migliori amici che mal che vada io sarò sempre felice, al massimo divento un barbone, e ridevo. E loro sbuffavano.

Avessi detto “al massimo divento come Alessandro, avreste dovuto conoscerlo” forse avrei attirato più attenzione e meno risate sarcastiche.

Oggi per passione mentre ero sull’ 8 che da St Paul’s porta ad Hackeny passando da Shoreditch e  Brick Lane mi è tornato in mente come una canzone la mattina. Dalla fottuta massa di ricchi in cravatta, agli hipster e artististoidi del cazzo degli studi di grafica di Londra fino agli inglesi delle popolari vicino a Roman road  per arrivare agli alessandri che se ne stanno sdraiati al Victoria Park vicino a casa godendosi il Regent canal.

Ho ripreso un libro che ne studia i percorsi del pensiero di quel Francese. Si intitola Donarsi di Luciano Settimio lo avevo scaricato a muzzo tempo addietro.

Ho cercato subito qualcosa relativo al momento che sto vivendo e che mi sta corrodendo l’anima come un cancro: “voler amare una donna senza remore  anche se senza ombra di dubbio è diversa da me, con evidenti comportamenti che dovrebbero scaturire solo odio anziché passione. Senza sentirla mia ma lasciandola libera.”

Ed ecco qui che mi si spingono in faccia parole dallo schermo, schiacciandomi contro il finestrino del bus:

“ La presa di coscienza delle dinamiche di possesso indica che l’altra persona inizia a non essere più considerata come un oggetto da strumentalizzare assimilandolo all’ interno di un progetto personale sul mondo, ma comincia ad essere  percepito e considerato come a se stante e come mistero, differenza, ulteriorità: presenza inassimilabile a se stessi e quindi diversa da sé. differente.”

<<Ma mi ami anche se sono cosi? >> l’ ultima notte mi chiese.

La risposta era tutta li, sotto il pelo di un cane sporco di un barbone della periferia torinese morto 12anni fa. in silenzio.

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